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Come ho cominciato

Il mio inizio da freelance: come e perché ho deciso di fare il salto.

Il giorno in cui sono entrata nell’ufficio della mia capa e le ho detto «credo che questo lavoro non faccia per me, ho intenzione di diventare freelance» è stato uno dei più importanti della mia vita. Una sorta di «non sei tu, sono io».

Lo preparavo da un po’: qualche settimana prima avevo detto alla mia psicoterapeuta che avevo deciso di licenziarmi, e lei mi aveva detto qualcosa sul fatto che ciò che mi faceva sentire male lì dentro non lo avrei risolto andando via, me lo sarei portato dietro, perché era anche dentro di me. È stata una delle pochissime volte in cui mi ha detto qualcosa così direttamente. E come sempre aveva ragione.

La leggerezza che senti quando ti licenzi è paragonabile a quella dell’uscita da una storia d’amore che era finita da un po’, e che oddio forse non era nemmeno amore, comunque poco importa, finalmente ne prendi atto e te ne vai, chiudi la porta, ma mantieni un legame perché sai che ne hai bisogno.

In quel caso io avevo bisogno di clienti.

A quel punto tutto ciò che avevo era:

  •  La pratica che avevo fatto con Cervelli Fuori. Avevo costruito il sito, avevo messo insieme una redazione, scrivevamo tutti i giorni e soprattutto io mi stavo facendo le ossa con la gestione dei canali social. L’esperimento stava andando bene, si era sparsa la voce che sapevo fare robe online.
  • Gli inviti a Rapporto Carelli su Sky. Me li ero guadagnati grazie a Cervelli Fuori e per qualche mese avevo cercato di farci andare altre persone della redazione al posto mio, ma poi avevo dovuto cedere e mi ero resa conto che nonostante la tensione era bello. Dire la propria opinione era divertente, e pensare che a qualcuno importasse era incredibile.
  • L’esperienza a Copenhagen. Non c’entrava direttamente con il lavoro che volevo fare, ma lì avevo imparato che «se lo sogni puoi farlo». Avevo maturato questa autostima che fino a quel momento non mi era appartenuta, tanto che a un certo punto avevo inviato delle foto alla redazione del Post, dicendogli «penso che voi siate quelli giusti per pubblicarle», e loro le avevano pubblicate.
  • La pratica che stavo facendo con i canali social dell’azienda di mio papà. Lui non lo sa, ma è stato il cliente più difficile che io abbia mai avuto. Tutto ciò che so su quello che pensano i clienti mentre tu gli parli, lo so grazie a lui. (E in genere è: ma-io-devo-fatturare.)
  • Un affitto abbastanza alto da pagare ma qualcosa come 2000 € da parte. I 2000 € mi permettevano di dire: se entro tre mesi non trovo nessun cliente cerco lavoro in pizzeria. Fare la cameriera è faticosissimo, ma (nel mio caso) meglio la pizzeria che l’agenzia.
  • Dei piccoli clienti che avevo seguito per eventi sporadici e da cui avevo imparato alcune cose come quanto farmi pagare e come si compila una ritenuta d’acconto.
  • La volontà di guadagnare dei soldi facendo qualcosa di utile, che mi permettesse di essere me stessa, che mi rendesse soddisfatta e magari anche felice.

Ciò che mi portavo dietro perché era anche dentro di me, era il mio perfezionismo pessimista e impossibile da soddisfare. Quello che mi faceva lavorare sempre perché non è mai abbastanza, che prima di inviare un progetto lo rileggeva venti volte. Pochi mesi dopo ho imparato che il perfezionismo non serve a nulla. Quello che serve è l’amore per il lavoro ben fatto, e sono due cose molto diverse ma ugualmente impegnative da soddisfare.

Quando mi chiedono come ho iniziato, cerco di raccontare per sommi capi questa storia qui. Credo che ognuno debba trovare la propria via, ma la condivido perché è utile sapere già da subito che non c’è mai niente di sicuro se non quello che tu senti: io sentivo che questa era la cosa giusta per me, ero certa che fosse la mia strada, mi ero data una scadenza e un tempo per provarci, e volevo mettercela tutta.

Tutto il resto, anche quando passano i mesi e accumuli le esperienze, rimane incerto: consegni un lavoro e non sai quale sarà il prossimo, invii le fatture a fine mese e non sai se ti pagheranno entro quello successivo.

Solo se sei disposto ad accettare questo grado di incertezza e se sei guidato dalla volontà di guadagnarti ogni singolo successo, e di guadagnarlo con il tuo lavoro, senza aspettare che ti cada dall’alto, solo in questo caso secondo me sei pronto a cominciare.

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