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Mia nonna non è mai andata al mare

Sul muoversi, sul fermarsi, sullo stare. Sul tempo e sui modi del lavoro.

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Mia nonna ha 87 anni, anno più anno meno, e quando le ho chiesto se è vero che non è mai andata al mare mi ha detto che una volta l’ha visto, dal finestrino del bus. Non solo non è mai andata in spiaggia con il costume, ma di sicuro non ha mai nemmeno nuotato, né al mare né altrove. Ora che ci penso, probabilmente mia nonna non ha nemmeno mai ballato.

Una volta però ci siamo parlate su Skype.

Io mi sono sempre agitata tanto. Si dice che chi si ferma è perduto, e io certamente mi sono spesso sentita così: perduta, se mi fermavo. Specialmente sul lavoro, specialmente da quando sono freelance. Sembra che una debba fare così: essere all over the place, altrimenti rimani indietro. È la mia curiosità che mi spinge, non posso fermarmi, dicevo.

Quando ci siamo sentite su Skype mia nonna non era a disagio: non abbiamo dovuto spiegarle di cosa si trattava, ci siamo parlate per qualche minuto e bon.

Nell’ultimo anno ho ragionato molto su quanto tempo ci vuole per fare le cose, sul ritmo del lavoro e del riposo (il «trova il tuo ritmo» di Guido non nasce mica per caso, nasce da lì), sulle fonti: quanto bisogna leggere, e per quanto tempo al giorno? Mi devo sentire in colpa se ho smesso di aprire il mio account Feedly ogni mattina? Se non apro le newsletter degli addetti ai lavori? Se non lavoro quasi mai otto ore al giorno, ma magari solo cinque, perché dopo inizio a instupidirmi?

Mia nonna è ferma nello stesso posto da un numero incredibilmente alto di anni e non è certo stupida. È ferma, ma fa muovere molte cose: fa germogliare carote pomodori e finocchi. Fa vivere le galline, poi le uccide, poi le mangia, poi compra i pulcini e si inizia daccapo.

Così ho cercato anche io, piano piano, di rallentare. Di provare a fare muovere le cose intorno a me, invece di muovermi io. Di usare bene le mie energie, di concentrarmi sulle cose che contano: come costruire un business che si regge in piedi da solo, che va avanti anche se io mi fermo per un poco.

È un modo completamente diverso di lavorare: raramente corro in stazione, raramente partecipo a una riunione, raramente sono nel mezzo del ciclone e praticamente mai mi sento indispensabile. È un modo più pacato, più ciclico, più prevedibile: ti alzi la mattina, fai le tue cose, dopo un po’ quelle cose portano frutti – e poi daccapo.

Ho trovato il modo che funziona? Non lo so. Molto probabilmente si tratta di una fase, e cambierò ancora. Ma quello che so è che per la prima volta dall’inizio della mia vita lavorativa mi sembra davvero di stare costruendo qualcosa.

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