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La mia newsletter racconta storie di piccoli business da cui si può imparare qualcosa – a volte nel bene, a volte nel male. Quasi tremila persone la aspettano ogni mese e la leggono volentieri. Ecco un estratto.

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Rientravo dalla solita passeggiata con cane e bambina, quando entrando nella via di casa vedo un furgone che a momenti prende sotto una ciclista. Nulla di strano quindi, tranne che quel furgone stava per essere riempito con una cucina di quelle industriali e con una vetrinetta frigo. Guardo meglio, ed ecco la notizia: la gastronomia vegana – che sta praticamente di fronte alla gelateria di cui ho già detto – ha chiuso. C’è persino l’Affittasi giallo sulla saracinesca.

Spiace dirlo così ma è inutile girarci intorno: la notizia non è inaspettata. La vera cosa interessante di questa gastronomia – il cui nome non svelerò, per una forma di pudore simile a quella che si ha di fronte a un defunto, nonostante valesse da solo una newsletter e pure bella lunga – la cosa interessante, dicevo, è che grazie alla storia di questa gastronomia ho imparato una volta per tutte cosa vuol dire show, don’t tell. E, ancora più importante, ho imparato perché show, don’t tell è sempre un ottimo consiglio.

La gastronomia vegana ha aperto due anni fa e dal momento dell’apertura al momento in cui ho capito che si trattava di una gastronomia sono passate tre settimane buone. Mi ritengo una buona osservatrice, ma quel negozio lì non capivo cosa fosse: passo sempre dall’altro lato del marciapiede, e a vederlo da lontano notavo solo le lampadine che pendevano lunghe dal soffitto e i fogli color carta da pacchi appesi alle vetrine. Poi un giorno Annamaria mi dice: sono andata a mangiare alla gastronomia vegana sotto casa, e io ho capito.

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