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Cosa vorrei per me stessa

La storia di come è nato il mio nuovo logo: c'entrano Lilli Gruber e Benedetta Parodi, Piero Angela e Beyoncé.

Qualche settimana fa Emanuele Centola mi ha consegnato il mio nuovo logo, di cui avevo iniziato a raccontare qui: dentro c’è un mondo, quello che vorrei per me stessa. Abbracciarlo non è facile né comodo, ma ho deciso di farlo comunque – e di raccontarlo qui.

Perché cambio: Benedetta Parodi e Lilli Gruber

Qualche mese fa un potenziale cliente mi ha detto che la mia immagine somigliava più a Benedetta Parodi che a Lilli Gruber: accessibile, accogliente, down-to-earth. Non era una critica, stava descrivendo l’impressione che gli aveva fatto vedere le mie cose online. Stava centrando il punto e riassumendo in un’immagine molto efficace l’identità che mi ero costruita fino a lì.

È stato quello il momento in cui ho iniziato a capire che c’era qualcosa che non funzionava: mi piace essere accessibile e accogliente, ma grazie a lui ho capito che questa non è una promessa coerente con ciò che segue quell’immagine, con ciò che arriva quando inizia il lavoro.

I clienti con cui ho lavorato più a lungo non mi vedono così: io non vado on air per spadellare sofficini e spacchettare sottilette. Con me non ci sono mai scorciatoie o piatti pronti in cinque minuti: io mi tiro su le maniche e insegno a chi ne ha voglia a preparare un pranzo come Dio comanda, con tutta la fatica che serve, con tutte le ore che ci vogliono.

Lilli Gruber – che tra l’altro negli anni ’90 ho amato molto, e che ho lungamente imitato davanti allo specchio dell’armadio a ponte della mia cameretta – è un po’ respingente, forse, e io respingente cerco di non esserlo mai. Ma gli aggettivi che i miei clienti usano per descrivermi – e in cui io mi rivedo di più – non sono «accessibile e accogliente» ma «analitica e chiara». Severa, talvolta: dicono che gli faccio il culo, e in certi lavori sì, in effetti scatta il momento in cui lo faccio. Per alcuni clienti funziona, per altri no e il rapporto finisce, quindi è importante dare le giuste aspettative.

Dare forma alle idee

Con queste cose in mente ho preparato una moodboard su Pinterest.

La moodboard del 2014, quella che ho costruito per l’identità visiva che sto usando oggi, parlava di me. In questo caso invece ho raccolto dei riferimenti visivi che mi piacciono. Ho fatto la mia moodboard di pancia. Non è stato difficile, è venuta insieme senza pensare.

Con il senno di poi mi rendo conto che non è un caso se la moodboard è una continua sovrapposizione di texture e di pesi diversi. È una moodboard di opposizioni – leggero/pesante, liquido/duro, specchio/gomma, tondo/quadrato – e oggi mi sembra ovvio che è stato il binomio accogliente/severa ad avermi portata lì.

Una frase che pronuncio spesso mentre faccio il mio lavoro è «sì, ma può essere vero anche il contrario». A ripensarci ora questo potrebbe essere il titolo della moodboard: tenere conto della complessità e rifiutarsi di guardare le cose da una sola angolazione sono i due compiti che mi impegnano di più ogni giorno.

Lavorare con un grafico è difficile

Raccontare queste cose a un grafico è una delle cose più impegnative che ho fatto in vita mia. Il grafico lo chiami, gli descrivi le tue cose, e ti sembra sempre di non riuscire mai a dire tutto ciò che servirebbe. Vorresti invitarlo a entrare dentro la tua testa con una scaletta a pioli come faceva Piero Angela.

Con un grafico si inizia a giocare a mosca cieca fino a quando lui non ti toglie la benda e ti dice: «Guarda cosa ho prodotto. Che ne dici?».

E tu rimani lì impalata, e a voce alta dici: «mi scoccia un po’, ma questa sono proprio io». (Al grafico non lo riporti il «mi scoccia un po’», per quello c’è lo psicologo).

Come siamo arrivati lì non lo so: ero bendata, lui faceva le sue magie. Fatto sta che quando cerchi casa ne vedi un sacco e a volte pensi «che figata questa!»; però è solo quando vedi la tua casa che dici «la prendo», e sai che è la tua perché la guardi e dici: l’altra era una figata, ma questa è la mia. E non c’è bisogno di altro per decidere.

Un mondo difficile

Quando sei adolescente ti immagini che diventerai Beyoncé: sarai alta, solare, incazzata quando serve, spigliata con i ragazzi, riccia e morbida. Poi cresci e ti rendi conto che appartieni a un altro campionato: e puoi scegliere se seguire le orme di Beyoncé anche a scapito dell’evidenza – certamente qualcosa da lei puoi impararlo, ma puoi essere lei? – o percorrere la tua strada con ciò che la vita ti ha dato.

Quando dico che abbracciare questo nuovo mondo non è facile né comodo, mi riferisco a questa presa di coscienza: mi piacerebbe avere l’immagine di Martha Stewart, essere tutta un fiocco o un glitter. Per un po’ è stato bello provarci e imparare tutto ciò che il glitter ha avuto da insegnarmi. Ma ora ho trovato casa mia – o quella che per un pezzo lo sarà.

Eccomi nell’età adulta: quella in cui scopri i tuoi limiti, e grazie ai tuoi limiti, io credo, scopri anche le tue potenzialità. Che non sono essere alta, solare, incazzata quando serve, spigliata con i ragazzi, riccia e morbida: le tue potenzialità stanno da un’altra parte, quella verso cui sei diretta, perché è arrivato il momento di scoprirle una a una.

Ecco, dentro il mio nuovo logo c’è tutto questo: c’è quello che vorrei per me stessa. E ora, se non vi spiace, mi alzo e me lo vado a prendere.

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