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Sul lavoro

Una risposta a due tipi di email che ricevo spesso.

sul lavoro

Spesso ricevo email che, in sintesi, suonano così:

Volevo sapere se riesci a mantenerti con la partita iva, ho sentito tante opinioni contrastanti e mi piacerebbe sentire la tua.

Ora io non vorrei essere fraintesa, quindi premetto che tutto quello che scriverò in questo post riguarda solo me e la mia esperienza, senza la pretesa di dare quadri generali o visioni d’insieme – già tanto se riesco capire come la penso io, figurarsi parlare per altri.

La mia prima reazione a questa domanda è sempre: ah perché, una può lavorare full time a una cosa senza mantenercisi? (Sì: lo so che tecnicamente è possibile, ma lasciatemi spiegare.)

Un po’ di contesto

Sono cresciuta in una famiglia in cui l’insulto peggiore che puoi fare a una persona è: «quello lì non ha voglia di lavorare» – seguito a ruota da «bella festa, ma non c’era abbastanza da mangiare». Il lavoro nella mia famiglia ha giustificato persino il non essere presenti in chiesa la domenica mattina, e la chiesa la domenica mattina non si discute, è una cosa che succede e basta, come il compleanno, la caduta del primo dentino o l’arrivo della primavera. La domenica si va in chiesa alle 11, sempre, punto. L’unica eccezione è: devi lavorare. Allora sì, sei esonerato.

Quando ho aperto partita iva, e del modo in cui è successo ho già detto qui, nella mia testa era chiara una cosa: non era un gioco. Sì, potevo non avere le idee chiare, non sapere come si chiamasse davvero il lavoro che volevo fare, non sapere come si lavorasse da casa. Ma una cosa era sicura: avevo un’autonomia di tre mesi, e se in quei tre mesi non succedeva nulla, beh, game over. (Un’altra cosa che non succede nella mia famiglia è chiedere soldi perché ti sei licenziato e non ne hai più. Peccato per te, trovati un lavoro in pizzeria, ciao.)

Spero che questo spieghi, almeno in parte, la mia rigidità sul tema lavoro e soldi.

Non è un gioco

Come ho detto: quando ho iniziato non era un gioco, e man mano che il tempo passa, se possibile, diventa sempre meno un gioco. Ho delle spese fisse – come abbiamo tutti – la mia partita iva deve permettermi di pagarle tutte, di darmi uno stipendio, e qualche mese di mettere da parte qualcosina in più oltre allo stipendio. Non c’è negoziazione: deve funzionare, non so come dire. So benissimo che qualcosa potrebbe non funzionare, o che eventualmente potrebbe smettere di funzionare nel modo in cui funziona ora, ma il bilancio alla fine deve essere positivo, quindi il mio più grosso lavoro, l’impegno più impegnativo è: fare sì che funzioni.

Ci si mantiene? Sì, certo, altrimenti non sarei qui. È facile? No, per nulla. Qual è il modo per farcela? Io ne conosco uno solo: lavorare. Per come la vedo io non esiste nulla che funzioni magicamente, non esistono botte di culo. Esiste imparare, mettere in pratica, fare fatica (a volte tantissima, altre volte un po’ meno), e poi ricominciare daccapo. E in generale avere sempre qualcosa che ti occupa la testa, come quando torni dai concerti e senti WOOOOO nelle orecchie: ecco, io ho la stessa sensazione, ma permanente; quella è la mia testa che lavora anche quando sembra che sono a divertirmi con gli amici. (Sono una brutta persona? Forse sì, ma cosa ci posso fare.)

Se sei dipendente

C’è qualche differenza tra essere freelance e avere un contratto da dipendente? Per quanto riguarda il lavoro in sé: secondo me no. Il lavoro va fatto nel migliore dei modi, sia con la partita iva, sia con il contratto steso da un amanuense gobbo su un foglio d’oro. Sempre, anche quando lavori come promoter per le Duracell, una cosa che ovviamente mi pregio di aver fatto.

La grossa differenza – sempre secondo me – è quella enorme gigantesca responsabilità che hai di fare andare le cose per il verso giusto: di farle funzionare e se non funzionano di aggiustarle per poi fare sì che funzionino di nuovo.

Per questo quando ricevo email così:

Ho un lavoro da dipendente in azienda XYZ, ma non mi piace. Ogni mattina mi sveglio e penso che vorrei fare altro. Il lavoro di per sé mi piace, ma è l’ambiente che non funziona: penso che se facessi lo stesso lavoro in proprio sarebbe tutto più facile, mi sentirei realizzato. Ti scrivo per sapere cosa ne pensi, e per sapere se tu riesci a mantenerti con una partita iva.

Quando ricevo email così, dicevo, mi si rizzano i peli delle braccia perché argh, no, non è più facile. È difficile, difficilissimo.

Ci sono un sacco di vantaggi nel fare un lavoro che ti piace in una struttura «protetta» in cui qualcun altro gestisce tutte le parti che non sono direttamente connesse al lavoro, ma che sono essenziali per mandarlo avanti: ricerca dei clienti, partecipazione alle gare, preventivi, trattativa, fatturazione, riunioni varie, rapporti con il commercialista e con il fisco. Prima dell’inizio di un lavoro ci sono tante di quelle cose che neanche ti immagini, signora mia, fino a quando non le vedi e dici «ah, ecco cosa facevano quei miei colleghi silenziosi e tristi tutto il giorno».

Costruire una struttura economicamente sostenibile in grado di garantire ogni mese entrate sicure per ognuna delle persone coinvolte è un affare difficile, quindi se sei in un posto che ha già raggiunto quel livello io consiglio di rimanerci più a lungo possibile: lavorare in un’azienda che funziona è una scuola grandissima, anche quando ti sembra che non lo sia.

Per essere costruttivi

Infine: forse è il caso di concludere questo post in modo costruttivo. A quelle email, oltre a dire che sì, ci si mantiene se ti fai un mazzo così, rispondo sempre in questo modo: fai un business plan – ma non uno a caso, fallo con il libro della Marano, e nel caso leggiti pure Solopreneur, sempre della Marano. Giusto per avere un quadro chiaro di cosa vuol dire costruire un’attività sostenibile, e per dirti: sì, me la sento; so che sarà difficile, ma ho voglia di iniziare questa avventura.

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